Alberto Guarini – Il dramma dell’ “Heysel”

Corre l’anno 2005, e dopo ben 20 anni di distanza, le squadre del Liverpool e della Juventus si ricontrano dopo la strage dell’Heysel che portò via, tra le 39 vittime totali, anche il nostro concittadino Alberto Guarini. Proprio per tale occasione l’inviato Ed Vulliamy, giornalista del The Guardian (uno dei più importanti giornali inglesi e internazionali), giunge a Mesagne per stilare l’articolo intervistando il padre del giovane Alberto. Abbiamo pensato, quindi, di tradurre l’articolo e proporvelo non solo per il suo interesse, ma soprattutto per onorare la memoria, nel nostro piccolo, di uno sportivo mesagnese ingiustamente vittima di una tragedia senza precedenti nel mondo dello sport, sperando che si impari da quella serata da incubo. Proprio per questo speriamo anche che la nostra comunità, nel ricordare decentemente la memoria di questo ragazzo, dedichi il nuovo stadio in contrada Tagliata proprio a lui; siamo sicuri che sarebbe, oltre ad un gesto meritato, un momento di crescita per tutti noi e per le future generazioni per vivere lo sport in tutti i suoi valori.

Parte 1- Il Liverpool incontra la Juventus per la prima volta dopo una delle più grandi tragedie sportive, quella di 20 anni fa. Per un addolorato tifoso italiano il ricordo è ancora spiacevolmente vivido.

2 Aprile 2005
La primavera del 1985 coincise anche con la stagione più bella della vita di Alberto Guarini. Il suo 21° compleanno era passato da una settimana, aveva da poco vinto un torneo locale di tennis doppio insieme a sua sorella Paola ed era molto innamorato di Stefania, la sua ragazza (iniziavano a pensare al matrimonio) che lo aveva anche seguito a Bari, all’università. Lui studia Odontoiatria e ha da poco superato i suoi esami. A coronare il tutto la sua squadra del cuore, la grande Juventus, che è arrivata in finale di Coppa dei Campioni dove sfiderà il forte Liverpool, squadra che Alberto rispetta e ammira.
Suo padre Bruno ha promesso un regalo come ricompensa del superamento degli esami, qualsiasi regalo, e nei suoi pensieri Alberto non ha dubbi: padre e figlio in viaggio insieme, dalla piccola città di Mesagne, in Puglia, nel Sud Italia, alla volta di Bruxelles per vedere la partita.
Il fatidico giorno sarebbe stato l’ultimo della vita di Alberto, e di altri 38 non molto diversi da lui, alcuni giovani, in gran parte adulti. La terza, letale carica delle  bande di sostenitori ubriachi del Liverpool attraverso le gradinate dell’ Heysel Stadium fino ai terrorizzati e fuggiaschi Italiani, intrappola Alberto e suo padre contro le recinzioni e il muro ai limiti del loro settore.
“Quando i tifosi inglesi si precipitarono verso di noi, Alberto rimase fermo” ricorda Bruno Guarini. “Lui gridò: ‘Non so se andare sopra o sotto’. Io gli urlai di andare sotto. Le sue ultime parole furono: ‘Papà, mi stanno schiacciando!’ Ricordo ancora tutto, proprio come un film che arriva alle scene finali, quando la pellicola finisce e non vedi più nulla. Invece io di notte, a volte, mi sveglio di soprassalto e vedo di nuovo tutto.”

Il film si ferma perchè Bruno Guarini, seriamente ferito, perde conoscenza. Quando si risvegliò, ricominciò l’incubo: “La Croce Rossa era arrivata. Io ero ferito e contuso un po’ dappertutto. Insistevo con loro per cercare Alberto prima di essere portato via, anche a costo eventualmente di ritrovarlo morto, come effettivamente accadde. La Croce Rossa cercava di portarmi via ma io non potevo lasciare quel posto. Semplicemente misi la sua  carta d’identità nella  tasca, quindi mi condussero in ospedale. C’eravamo precipitati insieme a Bruxelles cantando sull’aereo. E al ritorno me ne venivo con il corpo di mio figlio.”
E’ strano, alla vigilia del prossimo martedì, giorno di un surreale  ed emotivo incontro all’ Anfield Road, camminare per le  belle strade barocche del centro storico di Mesagne insieme a Bruno e ricordare a me stesso che ho visto, da lontano sebbene non in dettaglio, la morte del suo figlio e di 38 altri nel fatale blocco Z dell’Heysel. Ero vicino alla linea di centrocampo, al di sopra del macello. Questa era la posizione per la quale Guarini aveva richiesto (e aveva promesso) i biglietti, e nella quale  il suo figlio avrebbe avuto la vita salva, se solo i loro posti non fossero stati spostati all’ultimo minuto dall’agenzia di viaggi che li aveva fatti arrivare in volo da Brindisi.
E’ strano ricordare l’incubo di quel giorno e di quella notte: il tappeto di cocci di bottiglie di birra rotte e lattine nel centro di Bruxelles e tutt’intorno allo stadio; quelle tre cariche verso il piccolo gruppo di tifosi italiani, il cui gruppo principale si trovava all’estremità opposta del terreno (e la terza delle quali attraverso la gradinata scoperta in mezzo alla folla in fuga), ed il fatale crollo del muro, corpi rotolanti verso il basso, e i furiosi canti di battaglia che ci furono dopo tra gli inglesi.
Ho incontrato per la prima volta Bruno Guarini 15 anni fa. In quel periodo, cinque anni dopo l’incidente, niente era stato spostato dalla stanza di Alberto. Posato a lato del suo letto un giornale della Juventus; appesi nell’armadio i suoi abiti e lo zainetto bianconero nel quale si trovava il pranzo al sacco preparato per quel giorno, e che tornò insieme al suo corpo a casa. Ora quella parte di casa Guarini è per lo più chiusa ma i trofei di Alberto rimangono, allineati in fila, e riconducibili ai suoi successi nei tornei di calcetto e tennis. I muri della sua stanza da letto ora sono ricoperti da fotografie, dei suoi sorrisi, delle sue speranze e della sua bella gioventù.
“Tutti dicono che il tempo sana le ferite” riflette Guarini ora. “Ma il tempo non ha fatto niente. Tutto quanto rimane davanti ai miei occhi come se fosse successo ieri. Posso ancora sentire la sua voce. Posso ancora vedere il suo sguardo. Per tutti quanti voi, anche per i tifosi, il tempo passa. Ma per un padre che ha perso il suo figlio, tutto  rimane dentro e niente si cancella.”
I cambiamenti invece consistono nel matrimonio della sorella di Alberto, Paola, che tra l’altro vive nella casa accanto, e che ha avuto un figlio, Gabriele, che ora ha due anni. “E’ la mia gioia” dice il nonno. Un piccolo Alberto? “Naturalmente!”
Per quanto riguarda la partita di martedì, Guarini ha deciso di vederla. “Lo farò per Alberto. Sarà come averlo al mio fianco seduto. In fondo è quello che avrebbe voluto lui.”
Mesagne è uno dei tipici paesi che si trovano per l’Italia centrale e meridionale, dai quali provenivano parecchi di quei tifosi che si trovavano nel Blocco Z, quelli impossibilitati ad avere un biglietto per il settore più adatto dello stadio.

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